Raccolte dalla tratta,
lavate nel secchio,
pesate sulla stadera,
incartocciate in un giornale
che lascia sgocciolare
l'acqua salata
sugli zoccoli e sui piedi.
Rilavate, scolate
con cura, buttate
a pugni nella farina
per essere poi cotte
a due a due sulla teglia.
Si diffondeva, questo profumo
di sardelle abbrustolite
sulla grande arola,
nella casa non ancora
ripristinata dopo
gli squarci delle granate.
Ed io, al piano di sopra
nel grande lettone di ferro
tra i morsi delle ultime doglie
mi vedevo "saraghina" come tante,
stretta nel pugno, dolorante.
Poi si sparse l'aroma
e tra il chiasso
dei fratelli festanti,
si udì finalmente
l'atteso vagito.
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